Nato a Glasgow, in Scozia, il 15 maggio 1987, ha mostrato un talento eccezionale per il tennis, iniziando a giocare all’età di tre anni e partecipando ai tornei giovanili già a dieci anni. Allenato inizialmente dalla madre, Judy Murray, ha sviluppato una base solida che gli ha permesso di eccellere rapidamente. Poi il testimone è passato all’allenatore scozzese Leon Smith.
Che carriera quella di Murray! Dopo la gavetta nei tornei giovanili, Murray fa il suo esordio tra i professionisti nel 2002. Il tennista britannico ci metterà tre anni per entrare nella top 100 mondiale e raggiungere la sua prima finale ATP. Nel 2005, all’ultimo atto del torneo di Bangkok, incrocia la racchetta con l’allora numero uno al mondo, Roger Federer, che lo batte in due set. Poco male però, dal momento che Andy, a 18 anni siede già ufficialmente al tavolo dei grandi del tennis.
Proprio con il campione svizzero Federer, contro il quale ha giocato la sua prima finale ATP, Murray incrocerà nuovamente il suo percorso, in uno dei momenti più alti della sua carriera. È l’estate del 2012 e a Londra sta andando in scena la trentesima edizione dei Giochi Olimpici. A contendersi l’oro del tennis nel singolare maschile sull’erba di Wimbledon ci sono il beniamino di casa Andy Murray e Federer. Un mese prima i due si erano già incontrati per la finale dello slam inglese ma ad avere la meglio era stato il campione di Basilea in 4 set.
La ferita di quella sconfitta è ancora fresca in quel 5 agosto 2012, giorno della finale olimpica. Lo scozzese, però, con una prestazione sopra le righe mette Federer nella condizione di “inchinarsi” a Murray e al suo successo, arrivato in tre set dominati letteralmente dall’inizio alla fine che lo portano a salire sul gradino più alto del podio con l’oro al collo.
Il trionfo olimpico è un momento di svolta nel percorso di Murray, che riuscirà a sbloccarsi anche nei tornei più prestigiosi come gli slam. Dopo Londra, infatti, conquisterà anche New York, battendo nella finale degli US Open quel Novak Djokovic che, un anno prima, gli aveva negato a Melbourne la prima gioia in uno slam.
Quello sarà l’inizio di una rivalità piuttosto accesa tra i due. Djokovic e Murray saranno infatti protagonisti di altre cinque finali slam. Solo in una di queste, però, avrà la meglio Murray: quella in scena a Wimbledon il 7 luglio 2013.
Poi le tre vittorie per Djokovic a Melbourne e una sulla terra rossa del Roland Garros.
Murray ritroverà il successo slam ancora sull’erba di casa a Wimbledon il 10 luglio 2016, in finale contro il canadese Milos Raonic, battuto in tre set.
Inizia bene il 2017 per Andy, che raggiunge la finale al Qatar Open e vince il torneo di Dubai. Tuttavia, l’anno è segnato da problemi fisici, inclusi un infortunio al gomito e, soprattutto, all’anca destra. Un dolore, quello all’anca, che diventa insopportabile durante Wimbledon, costringendolo a chiudere la stagione anticipatamente e a perdere la prima posizione nel ranking mondiale, ma soprattutto ad un brusco e lungo stop durante il quale la sua carriera tennistica viene messa a dura prova.
Gli interventi chirurgici e la lunga riabilitazione tengono lontano dai campi il campione scozzese per diverso tempo. Murray subisce un’operazione nel 2018 e un’altra l’anno successivo. In mezzo prova a rientrare a giocare senza, però, ritrovare continuità e condizione soddisfacenti. A metà anno, infatti, le prestazioni sono deludenti e il dolore persiste. Salta Wimbledon e chiude l’anno al 240º posto del ranking.
Dopo aver annunciato un possibile ritiro, Murray si sottopone a una seconda operazione all’anca a gennaio. Ritorna gradualmente, inizialmente giocando solo in doppio, e invece poi ad ottobre vince il suo primo titolo in singolare al torneo di Anversa dopo oltre due anni. Conclude l’anno con segnali di ripresa e riceve il premio ATP per il miglior ritorno.
I problemi all’anca, però, persistono e dopo una pausa per la pandemia, Murray torna a giocare in agosto. Alterna vittorie e sconfitte, ma l’anca lo costringe, ancora, a chiudere la stagione anticipatamente.
Inizia il 2021 con vari tornei minori e partecipazioni sporadiche nel circuito maggiore, raggiungendo il terzo turno a Wimbledon. Partecipa anche alle Olimpiadi di Tokyo in doppio, ma l’infortunio questa volta al quadricipite lo costringe a rinunciare al singolare.
Nel 2022 i risultati sono “misti”, ma nonostante questo riesce a raggiungere due finali ATP tornando così nella top 50. Tanti i segnali di miglioramento sia sul cemento americano che sull’erba, che culminano con una finale a Stoccarda e buone prestazioni sia a Wimbledon che agli US Open.
Murray continua la risalita nel 2023, raggiungendo la finale a Doha e vincendo tre titoli Challenger. Si classifica al 36º posto nel ranking mondiale, mostrando un costante miglioramento.
Nel 2024 Murray subisce un grave infortunio alla caviglia a Miami. Dopo un periodo di recupero senza intervento chirurgico, torna in campo a maggio. Decide di partecipare solo al doppio a Wimbledon.
E proprio lì, a Wimbledon, ieri, l’ultimo match della sua carriera. Quel doppio giocato con il fratello Jamie contro Hijikata-Peers.
Sul maxischermo del campo è stato proiettato il video con i messaggi di Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Serena Williams, sua compagna nel doppio misto. Quel video è stato poi diffuso sugli account ufficiali del torneo, accompagnato da una dedica: “Ci hai fatto sognare, credere e piangere. Ci hai resi orgogliosi”. È vero, ha commosso tutti.
Andy Murray ha dimostrato di essere molto più di un semplice campione di tennis. È un’icona sportiva, un esempio di determinazione e resilienza. Parlando di lui, della sua carriera, non si può far altro che pensare si tratti di una grande testimonianza di tenacia, caparbietà, forza nel superare le avversità. Lui, la sua carriera, sono una lezione. Grazie, Andy!
















